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Chi non ha memoria non ha futuro

Carlo Levi

Carlo Levi nasce a Torino il 29 novembre 1902 in una famiglia ebraica. La madre è sorella di Claudio Treves, deputato socialista al Parlamento. Nel 1922 collabora con Piero Gobetti al progetto politico “Rivoluzione Liberale” e scrive sull’omonimo giornale. Contemporaneamente inizia la sua carriera di pittore e nel 1923 espone alla Quadriennale di Torino. Nel 1925 si laurea in Medicina.

Sono tempi duri per chi, come Levi e Gobetti, sente una profonda avversione politica, morale e culturale nei confronti del fascismo. Gobetti muore venticinquenne nel 1926 a causa delle percosse (gli unici argomenti di cui dispone il fascismo per contrastare le sue idee) subite da parte di una squadraccia. Levi continua la sua attività artistica esponendo alla Biennale di Venezia e a Londra. Visita spesso Parigi dove stringe rapporti di amicizia con la comunità artistica della capitale della pittura. Nel 1929 fa parte del gruppo “I sei di Torino” col quale organizza una mostra itinerante.

Nel 1931 si unisce al movimento antifascista “Giustizia e Libertà” e scrive diversi articoli che attirano le attenzioni delle autorità. L’anno seguente a Parigi viene allestita la sua prima mostra personale.

Nel 1934 è arrestato per la sua attività politica e gli è impedita la partecipazione alla Biennale di Venezia, nonostante l’appello in suo favore firmato da alcuni artisti di fama mondiale. L’anno seguente viene inviato al confino in Lucania, a Grassano e ad Aliano. Lì prende coscienza delle condizioni di vita nei paesi del Sud. E’ l’inizio del suo legame con una delle regioni più povere d’Italia, destinato ad avere diverse conseguenze dal punto di vista politico e culturale. Liberato nel 1936 sull’onda dell’euforia per la conquista dell’Impero, allestisce una mostra sui quadri dipinti durante il confino.

Nel 1939, sentendosi di nuovo minacciato, espatria in Francia, dove esiste una nutrita rappresentanza di esuli antifascisti. Torna in Italia nel 1941 e si stabilisce a Firenze dove entra nel Partito d’Azione.

Nel 1943 è ancora arrestato e poi rilasciato. Entra a far parte del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale all’interno del quale da il suo contributo alla Resistenza.

Finita la guerra racconta la propria esperienza del confino nel libro “Cristo si è fermato a Eboli”, attraverso il quale tanti italiani del Nord e de Centro scoprono la realtà meridionale. Ed è grazie a lui che gli italiani vengono a conoscenza dell’esistenza dei Sassi di Matera, la città scavata nel tufo dove vivono ancora migliaia di persone in abitazioni neolitiche. A Tricarico incoraggia l’attività del poeta-contadino-sindaco Rocco Scotellaro.

La sua attività di pittore (e di scultore) è affiancata da quella di scrittore e di antropologo culturale. Ritorna trionfalmente alla Biennale di Venezia ed espone a New York. Si stabilisce a Roma dove frequenta i maggiori intellettuali del dopoguerra.

Scrive nell’ordine:

– “Paura della libertà” (1946) che raccoglie i suoi scritti sulla situazione italiana alla vigilia della guerra.

– “L’orologio” (1950) un romanzo ambientato nell’immediato dopoguerra.

– “Le parole sono pietre” (1956) tre saggi sulla Sicilia.

– “Il futuro ha un cuore antico” (1956) osservazioni durante un viaggio in Unione Sovietica.

– “La doppia notte dei tigli” (1959) una descrizione della Germiania uscita dalla guerra hitleriana.

– “Tutto il miele è finito” (1960) annotazioni sulla realtà in Sardegna.

– “Quaderno a cancelli” (1973).

Nel 1963 è eletto senatore come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Cinque anni dopo è rieletto.

In quel periodo comincia ad avvertire sempre di più i sintomi del diabete che lo porteranno in pochi anni alla quasi cecità. Nel 1973 continua a dipingere nonostante la sua vista sia praticamente nulla. In quelle condizioni scrive anche il suo ultimo libro “Quaderno a cancelli”. Muore a Roma il 4 gennaio 1975.

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