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Chi non ha memoria non ha futuro

Edvard Munch

Edvard Munch nacque a Løten in Norvegia il 12 Dicembre 1863. Il padre, Christian Munch, era ufficiale medico nella locale guarnigione militare, la madre, Laura Cathrine Bjølstad, aveva 21 anni in meno del marito ed era affetta da una forma congenita di tubercolosi che già aveva fatto numerose vittime nella sua famiglia. La coppia aveva già una figlia, Johanne Sophie, nata nel 1862. Un anno dopo la nascita di Edvard il dottor Munch fu trasferito a Kristiania, l’attuale Oslo, dove nacquero gli altri tre figli: Peter Andreas nel 1865, Laura Cathrine nel 1867 e Inger Marie nel 1868.

Tutti i cinque figli soffrirono spesso di malattie respiratorie legate alla tara ereditaria della madre.

Dopo l’ultimo parto Laura Bjølstad, che negli anni si era fatta sempre più debole, morì. Sua sorella, Karen Bjølstad, si prese cura dei bambini insieme al padre che nel 1875 lasciò l’esercito per aprire uno studio medico. La poca dimestichezza di Christian Munch con il denaro e la sua generosità verso i pazienti più poveri, causarono ristrettezze economiche alla famiglia che si trasferì in un quartiere popolare. La zia Karen riuscì però – con una gestione oculata delle spese e con qualche entrata occasionale – a mantenere i Munch in uno standard di vita dignitoso. Era assai abile a costruire quadretti fatti di muschio, foglie e paglia che poi vendeva ai negozi. Nello stesso tempo insegnò il disegno ai nipoti e a 12 anni Edvard cominciò a disegnare con una certa costanza.

Nel 1877 Johanne Sophie morì di tubercolosi; fu un grave colpo per Edvard che le era molto legato.

Nel 1879, per volere del padre, Edvard si iscrisse all’Istituto tecnico. Tuttavia le numerose assenze per malattia lo costrinsero a ritirarsi un anno dopo. D’altra parte aveva già deciso la propria strada: sarebbe diventato un pittore. Entrò nella Reale Scuola d’Arte di Kristiania dove fu allievo dello scultore Julius Middelthun. Ne uscì un anno più tardi per aprire uno studio con altri giovani artisti e nel 1883 espose per la prima volta al pubblico le sue opere.

Nel 1885, con l’aiuto economico del pittore Frits Thaulow, si recò ad Anversa – dove espose un quadro all’Esposizione Internazionale – e a Parigi per studiare le opere del Louvre e degli artisti contemporanei che gravitavano intorno al Salon.

Nel 1889 a Kristiania fu allestita una Mostra Personale di tutte le sue opere. Era la prima volta che nella capitale norvegese si organizzava una mostra di un solo autore.

Il successo dell’evento gli procurò una borsa di studio per tornare a Parigi a perfezionarsi sotto la guida di Léon Bonnat. Contemporaneamente acquistò una casa ad Åsgardstrand, una piccola città sul fiordo di Kristiania, che diventò il suo luogo d’elezione. In quel luogo trovava ispirazione per i suoi dipinti.

Mentre si trovava a Parigi lo raggiunse la notizia della morte del padre ma non potè tornare in patria per il funerale. Iniziò per lui un periodo di profonda depressione. La malattia lo colse più volte, tanto che dovette prolungare di un anno la permanenza a Parigi, avendo perso troppe lezioni. Sperimentò diversi stili pittorici e una volta tornato a Kristiania allestì una mostra per esibire i risultati del suo periodo parigino (settembre 1892).

Un membro dell’Unione Artistica di Berlino, dopo aver visitato l’esposizione, lo invitò ad esporre nella capitale tedesca. La mostra di Munch a Berlino suscitò scalpore: gran parte della stampa e dell’ambiente artistico si dichiarò offesa non tanto dai soggetti quanto dal modo di dipingere di Munch. Il semplice abbozzo dei particolari nei suoi dipinti li faceva giudicare “quadri non finiti” dai detrattori. La mostra chiuse dopo una settimana, ma lasciò il segno nella storia dell’arte. Segnò infatti l’inizio della “Secessione”. I forti attriti che da tempo covavano tra gli artisti tedeschi furono catalizzati dallo “scandalo Munch” fino a sfociare in una rottura che portò alla ribalta i pittori che sperimentavano nuove vie espressive.

Cattiva o buona che fosse, la fama acquisita in quell’occasione lo seguì in patria e a Parigi quando vi tornò. Si dedicò all’incisione del legno e alla litografia e instaurò una relazione sofferta con Tulla Larsen, figlia di un mercante di vini. Dopo una serie di rotture e riconciliazioni la relazione finì violentemente quando un colpo di pistola ferì incidentalmente Munch ad una mano. Il pittore incolpò Tulla dell’accaduto e non volle più avere a che fare con lei e con gli amici che avevano preso le sue difese.

Tornato trionfalmente a Berlino nel 1902, espose nel nuovo spazio della Secessione e raggiunse finalmente il successo di pubblico e quello economico.

Nel frattempo aveva iniziato ad esagerare con gli alcoolici, tanto da essere spesso preda di allucinazioni, e i suoi nervi erano costantemente sull’orlo dell’esaurimento.

Viaggiò di continuo per le città tedesche inseguito dai suoi fantasmi finché decise di concedersi un periodo di riposo e cura alla stazione termale di Warnemünde, l’equivalente tedesco della sua Åsgardstrand. L’ambiente rilassato non gli giovò quanto aveva sperato. Ai suoi problemi nervosi si aggiunse una mania di persecuzione che lo portò vicino alla pazzia. Nel 1908 decise di entrare in clinica a Copenhagen dove la sua salute mentale migliorò. Per tutto quel periodo continuò a dipingere e quando uscì, un anno dopo, si era disintossicato dall’alcool.

Decise di stabilirsi a Kragerø, sulla costa norvegese, dove affittò una grande casa con giardino.

Vinse un concorso per decorare le pareti della nuova ala dell’Università di Kristiania ed ebbe altri incarichi prestigiosi.

Nel 1916 si riavvicinò a Kristiania che per anni aveva considerato sua città “nemica” e si stabilì ad Ekely in una villa con cani e cavalli. Per un certo periodo si atteggiò a proprietario terriero allevando mucche e suini. Sembrò aver riconquistato la pace, nonostante i suoi fantasmi tornassero di tanto in tanto a visitarlo.

Nel 1830 un’emorragia all’occhio destro lo rese quasi cieco per tre anni

Nel 1940 l’invasione nazista lo fece temere per i suoi dipinti e decise di donarli al municipio di Ekely. Non collaborò mai col regime, tuttavia l’occupazione dei tedeschi ebbe per certi versi un influsso positivo su di lui poiché, come disse egli stesso: “il grande fantasma del nemico in casa aveva scacciato tutti gli altri suoi fantasmi personali.

Visse abbastanza serenamente gli ultimi anni ad Ekely, fino al 23 gennaio 1944, quando morì per un improvviso attacco di polmonite.

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