Discorso del P.G. di Torino Gian Carlo Caselli, 15 gennaio 2005

 
   

1. Presidente

2.
Va datto atto

3.
Spetta ai magistrati

Parole

Presidente, Colleghi della Corte d'Appello qui riuniti in Assemblea generale, Magistrati di tutti gli uffici del Distretto, Magistrati onorari, Giudici di pace, Avvocati, Rappresentanti del Consiglio Superiore della Magistratura, del Ministero della Giustizia, dell'Associazione Nazionale Magistrati e dell'Avvocatura, Autorità, Signore e Signori, vi ringrazio, innanzitutto, per la Vostra presenza.

L'attenzione, partecipe e sensibile, che così dimostrate ai problemi della giustizia e della magistratura, ci onora. E ci sprona ad impegnarci sempre di più (con la preziosa collaborazione del personale amministrativo e della polizia giudiziaria) per rendere un servizio che non sia troppo distante dalle sacrosante pretese dei cittadini.

Quest'anno, per mancanza di fondi, non è stato possibile stampare la relazione del Procuratore generale. Il libretto distribuito (oltretutto in un numero assai limitato di copie) contiene soltanto le statistiche elaborate dal Ministero.
Nel libretto sono anche ricordati, con rimpianto, tutti coloro che ci hanno lasciati. Qui voglio aggiungere il dott. Umberto Agnelli, che tanta parte ha avuto nella storia della città di Torino.

Non possono però mancare un apprezzamento riconoscente ed un saluto particolare a tutto il personale amministrativo, sempre capace di esprimere un serio impegno di lavoro, pur in condizioni spesso difficili.
E ancora alla Polizia di Stato, all'Arma dei Carabinieri, alla Guardia di Finanza, alla Polizia penitenziaria, alle Polizie municipali, ai Vigili del fuoco, alle Guardie forestali e a tutti coloro, appartenenti ad enti pubblici o volontariamente operanti, che efficacemente collaborano con l'amministrazione della giustizia.

L'impossibilità di stampare la relazione è diretta conseguenza dell'insufficienza dei fondi stanziati per le spese d'ufficio.
Insufficienza talmente grave e soffocante, che nel luglio scorso i Procuratori della Repubblica del Distretto, dopo due incontri dedicati all'esame della materia, hanno incaricato il Procuratore generale di scrivere una nota al Ministro della Giustizia e ai suoi collaboratori, per segnalare l'insostenibilità della situazione.

Riassumo la nota nei suoi principali passaggi:

La situazione si sta avviando, quanto ad efficienza e funzionalità, verso la soglia della ingestibilità, mettendo in forse la stessa sopravvivenza degli uffici;

Vi è un abisso ormai cronico tra quanto viene assegnato e le richieste, pur essendo tali richieste motivate in base a ciò che non può non essere speso e nel quadro di un faticoso, quotidiano monitoraggio che riesce sì a comprimere la spesa, ma con effetti spesso mortificanti, difficili da spiegare all'interno dell'amministrazione e ai terzi utenti;

Per gli uffici di Procura del nostro Distretto, nel 2004 sono stati assegnati euro 241.115,00 - a fronte di una richiesta quasi doppia, pari ad euro 439.657,47;

Proseguendo su questa strada si rischia la paralisi o quanto meno un pesante rallentamento dell'attività;

Negli adempimenti di segreteria, sta comunque diventando impossibile soddisfare le esigenze di celerità e tempestività (valori costituzionali posti a presidio della ragionevolezza dei tempi processuali, fondamento principe del giusto processo);

Negli uffici del Distretto, si noti, non v'è traccia di spese voluttuarie o sovrabbondanti; le attività che si son dovute ridurre appartengono tutte ad altra categoria; ad esempio, non si possono più fornire testi normativi aggiornati (indispensabili anche per il diluvio di innovazioni che da anni contraddistingue la normazione penale, civile e processuale); ai magistrati onorari in servizio alla Procura di Torino non possono essere fornite toghe (anche per uso collettivo) da indossare in udienza, come il decoro della funzione vorrebbe; per far comunque fronte ad alcune urgenze, si è spesso costretti ad "accettare" il supporto di una qualche pubblica amministrazione locale, con evidenti rischi anche d'immagine.

La nota del luglio scorso al Ministro e ai suoi collaboratori si conclude con le considerazioni seguenti:

Siamo sicuri che mai presso il Ministero della Giustizia si è anche solo ipotizzato che gli Uffici giudiziari debbano far meno o far peggio o far più lentamente per calibrare resa e costi, produzione e somme spendibili. Lo escludono il rispetto dovuto al lavoro giudiziario e quello dovuto alle tante persone (indagati, imputati, persone offese, parti nel processo civile, avvocati e semplici richiedenti atti o certificati) che tutti i giorni si affannano nelle nostre cancellerie e segreterie per ottenere ciò che di solito è loro diritto e deve essere loro garantito;

La tendenza all'impoverimento delle potenzialità e delle stesse possibilità di lavoro degli Uffici, s'accompagna a ripetuti e costanti inviti e moniti a spendere sempre meno e razionalizzare la spesa (formula elegante per esprimere il primo concetto). Comprendiamo questi inviti e moniti, ma li consideriamo per certi versi impropri, poiché sembrano ignorare, con burocratica miopia, la serietà e fatica con cui ci si è condotti in questi ultimi anni sul fronte del contenimento della spesa. Ciò che è essenziale tale rimane e non può essere ridotto (del superfluo o di quello che costituiva decoro formale si è perso il ricordo da lungo tempo). Nessuna regola economica, di bilancio o di spesa pubblica può intaccare l'essenziale. Infatti, se si toglie l'essenziale si impedisce o si taglia la stessa attività cui gli Uffici del Distretto sono istituzionalmente chiamati.

Alla nostra lettera il Ministero ha subito risposto, segnalando un leggero aumento degli stanziamenti del 2004 rispetto al 2003, sottolineando i problemi derivanti dal "decreto taglia spese", condividendo in ogni caso "l'allarme paventato, in quanto esso rappresenta la situazione di tutti gli uffici giudiziari d'Italia", rivendicando infine la propria buona volontà per la soluzione di tali problemi.

Nessuno, ovviamente, pone in dubbio questa buona volontà. Ci mancherebbe. Ma il problema è diverso. Costringere gli uffici a contenere la spesa entro limiti sganciati dalla realtà, fissati a priori in base a valutazioni di carattere meramente "ragionieristico", senza considerare più di tanto le concrete, specifiche esigenze del settore giudiziario, potrebbe avere un senso se analogo contenimento fosse imposto ai mezzi in dotazione al crimine e al malaffare, ovvero se si potesse ordinare in qualche modo una riduzione della litigiosità. Ma poiché non risulta che chi delinque si ponga problemi di bilancio nel programmare le sue imprese, né risulta che qualcuno abbia mai pensato di rinunziare a far valere quelli che considera suoi diritti per non gravare sulle finanze dell'amministrazione della giustizia, allora, sarà banale, ma è purtroppo semplicemente vero, impoverire gli uffici giudiziari significa ridurre le possibilità di fare adeguatamente fronte alla domanda di giustizia, penale e civile, che la collettività esprime. Significa rischio di minor sicurezza o di minor tutela dei cittadini.

Di identico tenore le "doglianze" che esprime la magistratura giudicante.
La carenza di risorse finanziarie incide fortemente sull'adeguatezza delle risorse materiali disponibili. Per esemplificare si può prendere in esame la sezione GIP del Tribunale di Torino. Continuano ad essere in funzione macchine fotocopiatrici obsolete, che richiedono ripetuti interventi di manutenzione e riparazione (dunque: i frequenti stralci, imposti dai diversi riti alternativi in processi di medie e grandi dimensioni, soffrono tempi necessariamente più lenti, imposti dal materiale inadeguato disponibile). Non tutte le aule di udienza sono dotate di
impianti fissi di fonoregistrazione (dunque: se è necessaria la registrazione dell'udienza, occorre coordinarsi tra giudici e cancellerie per trovare la giornata in cui l'aula idonea è libera da altre udienze). La sezione non dispone di uno - neanche uno! - scanner (di conseguenza: più fotocopie, maggiore usura delle fotocopiatrici esistenti, le vecchie e le nuove).

Presso il Tribunale di Torino, il servizio di fono-registrazione delle udienze penali (in molti casi obbligatorio per legge) è a rischio di paralisi. Il 25 giugno 2004 il Ministero ha emanato una circolare con cui ha imposto condizioni uniformi per le gare annuali, fra le quali un prezzo base (per pagina trascritta) inferiore a quello di mercato. La conseguenza è stata disastrosa:

una delle due società che ha sempre vinto le gare degli scorsi anni ha deciso di non partecipare al bando per il 2005 ed ha chiuso l'attività, licenziando i dipendenti;

le altre imprese invitate non hanno formulato offerte e (seguendo una strategia consigliata dalle loro associazioni nazionali) hanno presentato una dichiarazione comune, giudicando "non congruo" il prezzo indicato dal Ministero.

La gara per il 2005, pertanto, è andata praticamente deserta. Intanto, alla fine del 2004 il servizio è rimasto scoperto al 50% a causa della cessazione di attività, con decorrenza 15 ottobre 2004, di una delle due imprese aggiudicatarie.
Alla impresa superstite è stata concessa una proroga, scaduta la quale, nel febbraio 2005 - il servizio dovrà probabilmente cessare.
Non si vedono vie d'uscita, a meno che il Presidente del Tribunale:

non assuma in proprio la responsabilità di proseguire il servizio in regime di prorogatio (soluzione di dubbia legittimità, suscettibile di reazioni da parte dei concorrenti);

non indìca una gara a condizioni diverse da quelle ministeriali (soluzione che lo esporrebbe a rischi pressoché certi di responsabilità contabile).

Come non bastasse, l'emergenza dei mezzi si intreccia con quella delle risorse umane. Il Tribunale di Torino soffre di una scopertura nel personale amministrativo - considerate tutte le qualifiche - pari al 18,49%. La percentuale diventa addirittura del 25,40% se si considerano le qualifiche "strategiche"
1. Intorno al 20% è la scopertura della Corte d'Appello, ma vi sono uffici del Distretto che versano in condizioni decisamente peggiori. E le cifre sono tali che davvero non occorrono commenti2.

Il discorso ora svolto per le cosiddette spese d'ufficio può sostanzialmente ripetersi per le cosiddette spese di giustizia. Tradizionalmente esse erano iscritte a "Modello 12", incidevano sul Ministero dell'Economia e delle Finanze, potevano essere disposte di fatto senza limiti, salvi i controlli della Corte dei Conti. Ora le cose sono cambiate, in forza di una legge del 2002 riguardante l'assestamento del bilancio dello Stato, nel senso che le spese di giustizia gravano sul bilancio del Ministero della Giustizia, con previsione per esse di un "tetto" che non si può "sfondare".
La riforma (pur presentando alcuni aspetti positivi) rischia di provocare una serie di problemi a catena nel funzionamento degli uffici giudiziari.
Nella seduta 7.10.2003 della Commissione Giustizia del Senato, il Ministro Guardasigilli - definita "assolutamente epocale" la riforma in oggetto - vi ha ricollegato la necessità di "far nascere nel mondo della magistratura la cultura del controllo del “budget", ma anche il problema di "intervenire sui principi costituzionali che informano l'azione penale". Posto che ogni anno non si potrà spendere più della somma stanziata nel capitolo relativo alle spese di giustizia (numero 1360), e che il Tesoro - sottolinea il Ministro - non intende aumentare la capienza volta a volta stabilita, il Guardasigilli ha sostenuto che "bisognerà individuare un soggetto, ad esempio presso l'amministrazione centrale oppure presso le corti d'appello, in grado di monitorare le spese di giustizia, che oggi sono (secondo il Ministro) assolutamente fuori controllo". Ed ha concluso chiedendosi "Quando saranno finiti i soldi, perché saranno stati sprecati, cosa faremo?".
L'interrogativo del Ministro è sacrosanto. Lo sarebbe ancor più se fosse posto con riferimento all'ipotesi che i soldi finiscano anche senza sprechi, com'è ben possibile, per non dire sicuro: visto l'enorme scarto fra la "domanda" degli uffici giudiziari ed il "tetto" decretato dal Governo. Sacrosanto interrogativo, perché comporta (come ha osservato un Senatore intervenendo nel dibattito di Commissione) anche l'esigenza, una volta finiti i soldi, di ... "non farlo sapere ai delinquenti".

Perché si può, e si deve, essere d'accordo che le spese di giustizia abbiano dei limiti e che vi siano adeguati controlli per evitare gli sprechi. Si sa bene, infatti, che le risorse sono limitate e che occorre stabilire delle priorità. Ma devono essere chiare le conseguenze delle scelte operate.

In quest'ottica è evidente che un taglio secco delle spese di giustizia (aprioristicamente ed irreversibilmente stabilito in base ad esigenze meramente contabili valutate come "in vitro", senza combinarle con le esigenze concrete delle indagini e delle altre attività di giustizia, senza nessuna possibilità di adattamento all'effettività delle situazioni da affrontare o delle emergenze contingenti), un taglio secco di fatto potrebbe tradursi in un non indifferente condizionamento dell'attività dell'Autorità giudiziaria, costretta a ridimensionare i suoi interventi e quindi la sua capacità di risposta alla domanda di giustizia proveniente dal Paese. Un Paese in cui i fenomeni criminali (estesi e diffusi come ognuno sa) non sono certo frutto dell'immaginazione di qualche "giustizialista", ma la quotidiana realtà, percepita con preoccupazione ed allarme da tutti i cittadini onesti.

* * * * *


1) Direttore di cancelleria C3 (scopertura del 61,54%) - Cancelliere C2 (60,42%) - Cancelliere C1 (0,00%) - Cancelliere B3 (30,23%).

2) Come i Tribunali di Acqui (30% di scopertura), Alessandria (48%), Biella (30%), Ivrea (30%), Mondovì (36%), Pinerolo (35%), Tortona (45%), Verbania (45%), e come alcuni uffici dei Giudici di pace (a Santo Stefano e Perosa Argentina la scopertura è del 100%). I dati ora indicati si riferiscono al settembre 2004.