1. Presidente
2. Va datto atto
3. Spetta ai magistrati
Parole
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Presidente, Colleghi della Corte d'Appello
qui riuniti in Assemblea generale, Magistrati di tutti
gli uffici del Distretto, Magistrati onorari, Giudici di
pace, Avvocati, Rappresentanti del Consiglio Superiore
della Magistratura, del Ministero della Giustizia,
dell'Associazione Nazionale Magistrati e dell'Avvocatura,
Autorità, Signore e Signori, vi ringrazio, innanzitutto,
per la Vostra presenza.
L'attenzione, partecipe e sensibile, che così dimostrate
ai problemi della giustizia e della magistratura, ci
onora. E ci sprona ad impegnarci sempre di più (con la
preziosa collaborazione del personale amministrativo e
della polizia giudiziaria) per rendere un servizio che
non sia troppo distante dalle sacrosante pretese dei
cittadini.
Quest'anno, per mancanza di fondi, non è stato possibile
stampare la relazione del Procuratore generale. Il
libretto distribuito (oltretutto in un numero assai
limitato di copie) contiene soltanto le statistiche
elaborate dal Ministero.
Nel libretto sono anche ricordati, con rimpianto, tutti
coloro che ci hanno lasciati. Qui voglio aggiungere il
dott. Umberto Agnelli, che tanta parte ha avuto nella
storia della città di Torino.
Non possono però mancare un apprezzamento riconoscente
ed un saluto particolare a tutto il personale
amministrativo, sempre capace di esprimere un serio
impegno di lavoro, pur in condizioni spesso difficili.
E ancora alla Polizia di Stato, all'Arma dei Carabinieri,
alla Guardia di Finanza, alla Polizia penitenziaria, alle
Polizie municipali, ai Vigili del fuoco, alle Guardie
forestali e a tutti coloro, appartenenti ad enti pubblici
o volontariamente operanti, che efficacemente collaborano
con l'amministrazione della giustizia.
L'impossibilità di stampare la relazione è diretta
conseguenza dell'insufficienza dei fondi stanziati per le
spese d'ufficio.
Insufficienza talmente grave e soffocante, che nel luglio
scorso i Procuratori della Repubblica del Distretto, dopo
due incontri dedicati all'esame della materia, hanno
incaricato il Procuratore generale di scrivere una nota
al Ministro della Giustizia e ai suoi collaboratori, per
segnalare l'insostenibilità della situazione.
Riassumo la nota nei suoi principali passaggi:
La situazione si sta avviando, quanto ad efficienza e
funzionalità, verso la soglia della ingestibilità,
mettendo in forse la stessa sopravvivenza degli uffici;
Vi è un abisso ormai cronico tra quanto viene assegnato
e le richieste, pur essendo tali richieste motivate in
base a ciò che non può non essere speso e nel quadro di
un faticoso, quotidiano monitoraggio che riesce sì a
comprimere la spesa, ma con effetti spesso mortificanti,
difficili da spiegare all'interno dell'amministrazione e
ai terzi utenti;
Per gli uffici di Procura del nostro Distretto, nel 2004
sono stati assegnati euro 241.115,00 - a fronte di una
richiesta quasi doppia, pari ad euro 439.657,47;
Proseguendo su questa strada si rischia la paralisi o
quanto meno un pesante rallentamento dell'attività;
Negli adempimenti di segreteria, sta comunque diventando
impossibile soddisfare le esigenze di celerità e
tempestività (valori costituzionali posti a presidio
della ragionevolezza dei tempi processuali, fondamento
principe del giusto processo);
Negli uffici del Distretto, si noti, non v'è traccia di
spese voluttuarie o sovrabbondanti; le attività che si
son dovute ridurre appartengono tutte ad altra categoria;
ad esempio, non si possono più fornire testi normativi
aggiornati (indispensabili anche per il diluvio di
innovazioni che da anni contraddistingue la normazione
penale, civile e processuale); ai magistrati onorari in
servizio alla Procura di Torino non possono essere
fornite toghe (anche per uso collettivo) da indossare in
udienza, come il decoro della funzione vorrebbe; per far
comunque fronte ad alcune urgenze, si è spesso costretti
ad "accettare" il supporto di una qualche
pubblica amministrazione locale, con evidenti rischi
anche d'immagine.
La nota del luglio scorso al Ministro e ai suoi
collaboratori si conclude con le considerazioni seguenti:
Siamo sicuri che mai presso il Ministero della Giustizia
si è anche solo ipotizzato che gli Uffici giudiziari
debbano far meno o far peggio o far più lentamente per
calibrare resa e costi, produzione e somme spendibili. Lo
escludono il rispetto dovuto al lavoro giudiziario e
quello dovuto alle tante persone (indagati, imputati,
persone offese, parti nel processo civile, avvocati e
semplici richiedenti atti o certificati) che tutti i
giorni si affannano nelle nostre cancellerie e segreterie
per ottenere ciò che di solito è loro diritto e deve
essere loro garantito;
La tendenza all'impoverimento delle potenzialità e delle
stesse possibilità di lavoro degli Uffici, s'accompagna
a ripetuti e costanti inviti e moniti a spendere sempre
meno e razionalizzare la spesa (formula elegante per
esprimere il primo concetto). Comprendiamo questi inviti
e moniti, ma li consideriamo per certi versi impropri,
poiché sembrano ignorare, con burocratica miopia, la
serietà e fatica con cui ci si è condotti in questi
ultimi anni sul fronte del contenimento della spesa. Ciò
che è essenziale tale rimane e non può essere ridotto (del
superfluo o di quello che costituiva decoro formale si è
perso il ricordo da lungo tempo). Nessuna regola
economica, di bilancio o di spesa pubblica può intaccare
l'essenziale. Infatti, se si toglie l'essenziale si
impedisce o si taglia la stessa attività cui gli Uffici
del Distretto sono istituzionalmente chiamati.
Alla nostra lettera il Ministero ha subito risposto,
segnalando un leggero aumento degli stanziamenti del 2004
rispetto al 2003, sottolineando i problemi derivanti dal
"decreto taglia spese", condividendo in ogni
caso "l'allarme paventato, in quanto esso
rappresenta la situazione di tutti gli uffici giudiziari
d'Italia", rivendicando infine la propria buona
volontà per la soluzione di tali problemi.
Nessuno, ovviamente, pone in dubbio questa buona volontà.
Ci mancherebbe. Ma il problema è diverso. Costringere
gli uffici a contenere la spesa entro limiti sganciati
dalla realtà, fissati a priori in base a valutazioni di
carattere meramente "ragionieristico", senza
considerare più di tanto le concrete, specifiche
esigenze del settore giudiziario, potrebbe avere un senso
se analogo contenimento fosse imposto ai mezzi in
dotazione al crimine e al malaffare, ovvero se si potesse
ordinare in qualche modo una riduzione della litigiosità.
Ma poiché non risulta che chi delinque si ponga problemi
di bilancio nel programmare le sue imprese, né risulta
che qualcuno abbia mai pensato di rinunziare a far valere
quelli che considera suoi diritti per non gravare sulle
finanze dell'amministrazione della giustizia, allora, sarà
banale, ma è purtroppo semplicemente vero, impoverire
gli uffici giudiziari significa ridurre le possibilità
di fare adeguatamente fronte alla domanda di giustizia,
penale e civile, che la collettività esprime. Significa
rischio di minor sicurezza o di minor tutela dei
cittadini.
Di identico tenore le "doglianze" che esprime
la magistratura giudicante.
La carenza di risorse finanziarie incide fortemente
sull'adeguatezza delle risorse materiali disponibili. Per
esemplificare si può prendere in esame la sezione GIP
del Tribunale di Torino. Continuano ad essere in funzione
macchine fotocopiatrici obsolete, che richiedono ripetuti
interventi di manutenzione e riparazione (dunque: i
frequenti stralci, imposti dai diversi riti alternativi
in processi di medie e grandi dimensioni, soffrono tempi
necessariamente più lenti, imposti dal materiale
inadeguato disponibile). Non tutte le aule di udienza
sono dotate di
impianti fissi di fonoregistrazione (dunque: se è
necessaria la registrazione dell'udienza, occorre
coordinarsi tra giudici e cancellerie per trovare la
giornata in cui l'aula idonea è libera da altre udienze).
La sezione non dispone di uno - neanche uno! - scanner (di
conseguenza: più fotocopie, maggiore usura delle
fotocopiatrici esistenti, le vecchie e le nuove).
Presso il Tribunale di Torino, il servizio di fono-registrazione
delle udienze penali (in molti casi obbligatorio per
legge) è a rischio di paralisi. Il 25 giugno 2004 il
Ministero ha emanato una circolare con cui ha imposto
condizioni uniformi per le gare annuali, fra le quali un
prezzo base (per pagina trascritta) inferiore a quello di
mercato. La conseguenza è stata disastrosa:
una delle due società che ha sempre vinto le gare degli
scorsi anni ha deciso di non partecipare al bando per il
2005 ed ha chiuso l'attività, licenziando i dipendenti;
le altre imprese invitate non hanno formulato offerte e (seguendo
una strategia consigliata dalle loro associazioni
nazionali) hanno presentato una dichiarazione comune,
giudicando "non congruo" il prezzo indicato dal
Ministero.
La gara per il 2005, pertanto, è andata praticamente
deserta. Intanto, alla fine del 2004 il servizio è
rimasto scoperto al 50% a causa della cessazione di
attività, con decorrenza 15 ottobre 2004, di una delle
due imprese aggiudicatarie.
Alla impresa superstite è stata concessa una proroga,
scaduta la quale, nel febbraio 2005 - il servizio dovrà
probabilmente cessare.
Non si vedono vie d'uscita, a meno che il Presidente del
Tribunale:
non assuma in proprio la responsabilità di proseguire il
servizio in regime di prorogatio (soluzione di dubbia
legittimità, suscettibile di reazioni da parte dei
concorrenti);
non indìca una gara a condizioni diverse da quelle
ministeriali (soluzione che lo esporrebbe a rischi
pressoché certi di responsabilità contabile).
Come non bastasse, l'emergenza dei mezzi si intreccia con
quella delle risorse umane. Il Tribunale di Torino soffre
di una scopertura nel personale amministrativo -
considerate tutte le qualifiche - pari al 18,49%. La
percentuale diventa addirittura del 25,40% se si
considerano le qualifiche "strategiche"1. Intorno al 20% è la scopertura
della Corte d'Appello, ma vi sono uffici del Distretto
che versano in condizioni decisamente peggiori. E le
cifre sono tali che davvero non occorrono commenti2.
Il discorso ora
svolto per le cosiddette spese d'ufficio può
sostanzialmente ripetersi per le cosiddette spese di
giustizia. Tradizionalmente esse erano iscritte a "Modello
12", incidevano sul Ministero dell'Economia e delle
Finanze, potevano essere disposte di fatto senza limiti,
salvi i controlli della Corte dei Conti. Ora le cose sono
cambiate, in forza di una legge del 2002 riguardante
l'assestamento del bilancio dello Stato, nel senso che le
spese di giustizia gravano sul bilancio del Ministero
della Giustizia, con previsione per esse di un "tetto"
che non si può "sfondare".
La riforma (pur presentando alcuni aspetti positivi)
rischia di provocare una serie di problemi a catena nel
funzionamento degli uffici giudiziari.
Nella seduta 7.10.2003 della Commissione Giustizia del
Senato, il Ministro Guardasigilli - definita "assolutamente
epocale" la riforma in oggetto - vi ha ricollegato
la necessità di "far nascere nel mondo della
magistratura la cultura del controllo del budget",
ma anche il problema di "intervenire sui principi
costituzionali che informano l'azione penale". Posto
che ogni anno non si potrà spendere più della somma
stanziata nel capitolo relativo alle spese di giustizia (numero
1360), e che il Tesoro - sottolinea il Ministro - non
intende aumentare la capienza volta a volta stabilita, il
Guardasigilli ha sostenuto che "bisognerà
individuare un soggetto, ad esempio presso
l'amministrazione centrale oppure presso le corti
d'appello, in grado di monitorare le spese di giustizia,
che oggi sono (secondo il Ministro) assolutamente fuori
controllo". Ed ha concluso chiedendosi "Quando
saranno finiti i soldi, perché saranno stati sprecati,
cosa faremo?".
L'interrogativo del Ministro è sacrosanto. Lo sarebbe
ancor più se fosse posto con riferimento all'ipotesi che
i soldi finiscano anche senza sprechi, com'è ben
possibile, per non dire sicuro: visto l'enorme scarto fra
la "domanda" degli uffici giudiziari ed il
"tetto" decretato dal Governo. Sacrosanto
interrogativo, perché comporta (come ha osservato un
Senatore intervenendo nel dibattito di Commissione) anche
l'esigenza, una volta finiti i soldi, di ... "non
farlo sapere ai delinquenti".
Perché si può, e si deve, essere d'accordo che le spese
di giustizia abbiano dei limiti e che vi siano adeguati
controlli per evitare gli sprechi. Si sa bene, infatti,
che le risorse sono limitate e che occorre stabilire
delle priorità. Ma devono essere chiare le conseguenze
delle scelte operate.
In quest'ottica è evidente che un taglio secco delle
spese di giustizia (aprioristicamente ed
irreversibilmente stabilito in base ad esigenze meramente
contabili valutate come "in vitro", senza
combinarle con le esigenze concrete delle indagini e
delle altre attività di giustizia, senza nessuna
possibilità di adattamento all'effettività delle
situazioni da affrontare o delle emergenze contingenti),
un taglio secco di fatto potrebbe tradursi in un non
indifferente condizionamento dell'attività dell'Autorità
giudiziaria, costretta a ridimensionare i suoi interventi
e quindi la sua capacità di risposta alla domanda di
giustizia proveniente dal Paese. Un Paese in cui i
fenomeni criminali (estesi e diffusi come ognuno sa) non
sono certo frutto dell'immaginazione di qualche "giustizialista",
ma la quotidiana realtà, percepita con preoccupazione ed
allarme da tutti i cittadini onesti.
* * * * *
1) Direttore di cancelleria C3 (scopertura
del 61,54%) - Cancelliere C2 (60,42%) - Cancelliere C1 (0,00%)
- Cancelliere B3 (30,23%).
2) Come i Tribunali di Acqui (30%
di scopertura), Alessandria (48%), Biella (30%), Ivrea (30%),
Mondovì (36%), Pinerolo (35%), Tortona (45%), Verbania (45%),
e come alcuni uffici dei Giudici di pace (a Santo Stefano
e Perosa Argentina la scopertura è del 100%). I dati ora
indicati si riferiscono al settembre 2004.
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