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Chi non ha memoria non ha futuro

Cesare Pavese

Cesare PavesePuò una persona con tanti e forti interessi culturali sentirsi inadeguata alla vita? Può un uomo famoso e ammirato come poeta, scrittore e traduttore percepire la propria esistenza come un unico indissolubile vuoto? Di primo acchito queste due domande meriterebbero altrettanti decisi e sonori “No!” senza tante riflessioni. La storia di Cesare Pavese è invece lì a dimostrare il contrario. Per tutta la sua vita la sensazione di inadeguatezza e di vuoto lo ha accompagnato tanto tra i declivi delle Langhe quanto sotto le luci delle grandi città.
Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo, paese delle Langhe cuneesi a ridosso dell’Astigiano, il 9 settembre 1908 da Eugenio Pavese – cancelliere del Tribunale di Torino – e da Consolina Mesturini, figlia di agiati commercianti di Ticineto, presso Casale Monferrato. La famiglia Pavese vive a Torino, a Santo Stefano trascorre le vacanze estive nel podere della famiglia paterna ed è proprio al termine dell’estate che nasce Cesare, sei anni dopo la nascita della sorella Maria e dopo altri due fratelli e una sorella morti prematuramente.
Il 2 gennaio 1914 Eugenio Pavese muore per un tumore cerebrale e Consolina si assume i ruoli di madre e di padre in una famiglia in cui Cesare resta l’unico maschio. Lo stesso anno, a causa di una malattia di Maria, la famiglia non rientra a Torino e Cesare frequenta la prima elementare a Santo Stefano. L’anno seguente verrà iscritto ad una scuola privata nel centro di Torino, in via Garibaldi. Frequenta in seguito le scuole medie presso un collegio retto dai gesuiti. Consolina vende il podere di Santo Stefano e acquista una casa a Reaglie, sulla collina torinese.
Nel 1922 Cesare si iscrive al liceo “Massimo D’Azeglio” dove diventa allievo del professore di italiano e latino Augusto Monti, figura di “maestro” nel senso più nobile della parola. Con lui si forma il fior fiore dell’intelligenza antifascista torinese, da Franco Antonicelli a Giulio Cesare Argan, da Ludovico Geymonat a Leone Ginzburg, da Norberto Bobbio a Federico Chabod, Giulio Einaudi, Massimo Mila e Vittorio Foa.
Gli anni del liceo – e in seguito quelli dell’Università – sono i più felici nella vita di Pavese che esce dall’isolamento familiare per scoprire un mondo di amicizie, convivialità, discussioni e serate trascorse in allegria. Nel 1927 si innamora di una ballerina di nome Pucci, alla quale dà un appuntamento un pomeriggio alle 18 e rimane ad attenderla invano sotto la pioggia battente fino alla mezzanotte (l’episodio è narrato felicemente da Francesco De Gregori nella canzone “Alice non lo sa”). Ne guadagna una pleurite, probabilmente l’origine degli attacchi d’asma che lo assilleranno per il resto della sua vita. Poco dopo si invaghisce di una soubrette, Carla Mignone, che negli anni seguenti acquisirà notorietà col nome d’arte di Milly.
Il 20 giugno 1930, a soli ventun anni, Pavese si laurea con una tesi su Walt Whitman e comincia a collaborare con la rivista “La Cultura”. Per vivere insegna in scuole private. Il 4 novembre dello stesso anno muore la madre, lasciandolo col rimorso di non averle mai saputo esprimere il suo affetto. Rimasto solo, Cesare si trasferisce a casa della sorella Maria.
Nel 1931 viene pubblicata la sua traduzione del romanzo “Our mister Wrenn” di Sinclair Lewis. Inizia così la sua fertile attività di traduttore. Poco dopo si innamora di Battistina Pizzardo (la donna dalla voce rauca), insegnante di matematica e attivista del Partito Comunista clandestino.
Nel 1933 l’amico Giulio Einaudi, ventunenne, fonda l’omonima casa editrice e lo chiama a far parte del progetto. Nello stesso periodo, fallita la domanda per una borsa di studio a New York, cede alle insistenze della sorella e del cognato perché accetti l’assunzione come insegnante al “D’Azeglio”, anche se questo comporta l’obbligo della tessera del partito fascista.
Nel 1934 assume la direzione della rivista “La cultura” in sostituzione di Leone Ginzburg, arrestato per l’adesione ad un gruppo antifascista. L’anno seguente viene però arrestato anche lui per aver fornito il proprio domicilio per uno scambio di messaggi tra i compagni di Battistina Pizzardo. Interrogato, si rifiuta di fare il nome dell’amata e viene condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Ottiene però il condono nel marzo del 1936 e torna a Torino per scoprire che Battistina nel frattempo si è sposata. Dopo questa ennesima delusione sentimentale, Pavese si immerge nel lavoro editoriale, letterario e di insegnamento. Esce il volume di poesie “Lavorare stanca”, vengono pubblicate altre sue traduzioni e, nel 1940, esce il suo primo romanzo “Il carcere” dedicato alla sua esperienza di confino.
Aumentano le sue responsabilità nella Einaudi per la quale fonda e dirige diverse collane editoriali. Incoraggia una sua ex-allieva del D’Azeglio, Fernanda Pivano, a tradurre l’ “Antologia di Spoon River” e ne cura l’edizione. En passant chiede alla Pivano di sposarlo, ricevendone un rifiuto.
Quando iniziano i bombardamenti su Torino, si sposta di sera in periferia, ma ogni mattina si presenta puntuale nel suo ufficio. Una notte i bombardieri alleati colpiscono l’edificio della Einaudi. Pavese arriva il mattino dopo con la sua borsa, sale le scale, apre l’ufficio e contempla per qualche secondo i danni causati. Poi libera la sua scrivania dalle macerie del tetto, passa uno straccio per togliere la polvere e si siede senza battere ciglio davanti alla macchina da scrivere.
Poco tempo dopo la casa editrice si trasferisce temporaneamente a Roma. Pavese la segue, ma torna spesso a Torino per mettere in salvo gli archivi, finché è costretto a sfollare a Serralunga di Crea, dove si è rifugiata la sorella.
A più riprese è tormentato dal senso di colpa per non aver voluto, al contrario dei suoi amici di un tempo, impegnarsi nella resistenza armata contro il fascismo.
Alla liberazione di Roma (1944) Pavese torna nella capitale dove coordina la riorganizzazione della Einaudi. Comincia la sua collaborazione con “L’Unità” che porterà alla sua iscrizione al Partito Comunista.
Instaura quella che forse è la sua unica relazione amorosa corrisposta, con Bianca Garufi per la quale scrive nove poesie edite in seguito col titolo “La terra e la morte”. Il legame si rompe nel 1946, quando Pavese torna a Torino a seguito della Einaudi.
I primi anni del dopoguerra costituiscono un periodo di intenso lavoro per Pavese, con il sorgere della collana “viola” e con la pubblicazione di romanzi e racconti.
Il giorno di Capodanno del 1950 Cesare conosce l’attrice americana Constance Dowling e se ne innamora. Per lei scrive le poesie della raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, titolo profetico. Nei mesi successivi partecipa alla redazione della rivista “Cultura e realtà” e vince il premio Strega con il volume “La bella estate”.
Il 26 agosto lascia la casa della sorella e si trasferisce in una stanza dell’albergo Roma, in via Nizza a Torino. La mattina dopo viene trovato cadavere per l’ingestione di un intero tubetto di analgesici. Sul comodino una copia dei “Dialoghi con Leucò” con una frase scritta a penna sul frontespizio:

“Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

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